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Tintarella, se e come può far bene

L’estate è iniziata, cominciano le agognate ferie e tanti di noi le trascorreranno al mare e in spiaggia. Molti studi scientifici dimostrano che l’esposizione al sole può far bene. Altri ci ricordano di essere cauti e di proteggerci dalle radiazioni ultraviolette (raggi UV), che possono essere causa di alcune malattie tumorali della pelle e, soprattutto, del suo invecchiamento.

Perché esporsi al sole può far bene?

L’esposizione al sole aiuta il nostro corpo a produrre la vitamina D, che difende l’organismo contro diversi tumori; velocizza inoltre la produzione di serotonina (comunemente chiamato “l’ormone della felicità), che regola l’umore e la tranquillità, e di melatonina, che gioca un ruolo notevole nel contrasto a infezioni e infiammazioni; mantiene sane le nostre ossa.

Il sole dunque non ci fa male di per sé. Bisogna partire dall’assunto che non esiste una ricetta uguale per tutti per stabilire quando l’esposizione ai raggi ultravioletti diventa eccessiva: dipende dal tipo di pelle e da diversi fattori ambientali. Per regolarsi, è sempre bene usare il buon senso. “L’importante è prendere il sole gradualmente, senza mai scottarsi ed evitando le ore più calde della giornata”, ha spiegato la dott.ssa Anna Belloni Fortina, docente di dermatologia pediatrica all’Università di Padova, alla rivista Terra Nuova. E per essere sicuri di proteggere la pelle e prevenirne l’invecchiamento, sempre meglio non rinunciare a una protezione solare adeguata, che tenga lontani raggi UVA, UVB e IR, ma allo stesso tempo non sia tossica per il nostro organismo.

 

Raggi UVA, UVB, IR. Cosa sono?

La luce del sole è composta da diverse radiazioni, con differenti lunghezze d’onda. Le più nocive per la pelle sono le radiazioni ultraviolette, dette UV.

Gli UVA sono i raggi più presenti nella luce solare, rappresentano circa il 95% della radiazione UV, hanno una lunghezza d’onda elevata e passano anche attraverso il cielo nuvoloso. Contribuiscono in maniera minore all’abbronzatura e alla comparsa di eritemi e scottature, tuttavia, penetrando negli strati più profondi dell’epidermide, alterano le fibre elastiche e di collagene. Per questo sono considerati i principali responsabili del foto-invecchiamento cutaneo.

I raggi UVB, invece, hanno una lunghezza d’onda più corta rispetto ai raggi UVA, agiscono principalmente in superficie, a livello dell’epidermide, stimolando la produzione di melanina. Favoriscono un’abbronzatura duratura ma, essendo più potenti, senza un’adeguata protezione, offerta dalle apposite creme solari, possono provocare colpi di sole, eritemi e scottature. Pur non raggiungendo il derma, lo strato più profondo della pelle, anche gli UVB contribuiscono all’invecchiamento cutaneo.

I raggi infrarossi (IR) sono caratterizzati da una lunghezza d’onda superiore ai raggi UV. Penetrano in profondità nella pelle, accelerando l’invecchiamento cutaneo e la produzione di radicali liberi.

Generano calore e possono portare alla disidratazione, provocandoci il cosiddetto “colpo di sole”, a cui sono più esposti i bambini.

 

Quale crema solare? Filtri chimici VS Filtri fisici

Nelle creme solari, ad assicurare la protezione dai raggi ultravioletti sono i cosiddetti filtri. I filtri solari si difendono in due categorie: i filtri chimici e i filtri fisici.

I filtri chimici intercettano le radiazioni solari e le assorbono, ma la loro efficienza non è molto lunga: la crema deve essere spalmata ogni poche ore. Inoltre i filtri chimici possono avere effetti tossici se assorbiti dall’organismo e possono essere poco stabili.

I filtri fisici, quelli normalmente scelti dai prodotti di eco-cosmesi, si limitano a ricoprire la pelle di uno strato che riflette i raggi del sole e non porta al loro assorbimento. Tra i filtri fisici, la Comunità europea riconosce il biossido di titanio, segnato tra gli ingredienti come Titanium Dioxide, che ha un effetto molto buono sui raggi UVB, ma viene spesso potenziato con l’ossido di zinco (Zinc oxide) per agire anche contro i raggi UVA. Questi filtri sono di solito micronizzati, per renderli più spalmabili e gradevoli, procedimento diverso dalla riduzione in nanoparticelle, che viene utilizzata per ridurre in particelle fini le sostanze e renderle più penetrabili: quest'ultima tecnologia applicata al cosmetico è da evitare. 

I filtri fisici hanno l’innegabile lato positivo di non essere tossici e sono efficacissimi contro i raggi UVB, ma proteggono poco dai raggi UVA, quindi nella formula complessiva della crema protettiva devono essere spesso affiancati a oli ed estratti vegetali appositi, come l’olio di lampone o l’olio di pongamia (Pongamol o Pongamia glabra seed oil), utilizzato ad esempio nella linea solari Bjobj, trattata dal nostro negozio. Sono inoltre poco stabili, dunque, per evitare che sotto il sole possano creare radicali liberi, è importante che siano appositamente rivestiti di sostanze grasse di origine vegetale.

I filtri chimici non vanno di per sé demonizzati, perché non tutti sono “cattivi”. Ma, quando presenti, devono anch’essi essere incapsulati da particelle di origine vegetale per essere stabilizzati e non arrivare al contatto diretto con la pelle.

Quando si scelgono delle creme è sempre bene capire che filtri contengano e se si tratti di sostanze stabilizzate. Inoltre sempre meglio scegliere dei prodotti resistenti all’acqua, che non contengano parabeni, né siliconi (sostanze caratterizzate dal suffisso –siloxane e –thicone), che siano stati dermatologicamente testati e sottoposti al Nichel test. Infine è opportuno sostituire ogni anno i solari, soprattutto se contengono filtri chimici: a 12 mesi dall’apertura è molto alto il rischio che non siano più efficaci.